Lavoro subordinato e presunzione di onerosità: rigorosa la prova di una “causa solvendi” non retributiva


L’attività oggettivamente configurabile come di lavoro subordinato si presume onerosa e la prova idonea a superare tale presunzione, che grava su colui che contesta l’onerosità, è tanto più rigorosa quante più volte siano provate erogazioni periodiche di denaro o di altre utilità in favore del prestatore, per le quali quest’ultimo non è tenuto a dimostrare l’insussistenza di un titolo di altra natura, spettando all’altra parte la prova di una “causa solvendi” diversa da quella retributiva (Corte di Cassazione, ordinanza 13 settembre 2019, n. 22931)


Una Corte di appello territoriale, riformando in parte la sentenza del locale Tribunale, aveva condannato in solido un’associazione ed il suo presidente, al pagamento in favore di una lavoratrice di una somma a titolo di differenze retributive e trattamento di fine rapporto. Secondo le risultanze istruttorie, la lavoratrice aveva prestato lavoro presso l’associazione, dapprima “in nero”, poi in virtù di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa e poi infine per effetto di un rapporto di lavoro subordinato, assicurando la sua presenza continuativa al bar e alla segreteria del circolo sportivo in giorni e orari fissi e percependo una retribuzione periodica per importi costanti nel tempo. Tali circostanze deponevano per un inserimento stabile nell’organizzazione del circolo ricreativo con conseguente riconoscimento della natura subordinata del rapporto, a nulla ostando il fatto che la ricorrente fosse coniugata con il figlio del presidente del circolo e neppure l’esistenza di un rapporto associativo con il circolo medesimo.
Ricorre così in Cassazione l’associazione, lamentando violazione e falsa applicazione della legge, avendo la Corte di merito omesso di considerare che la lavoratrice era stata socia fondatrice dell’associazione sin dalla sua costituzione, nonché l’esame delle deduzioni della parte convenuta e delle testimonianze nella loro integralità.
Secondo la Corte Suprema il ricorso non è ammissibile. Costituisce, infatti, principio consolidato che il ricorso in Cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, ma solo la facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito. Solo a quest’ultimo spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge. Nella specie, la Corte di merito ha ricostruito, alla stregua delle risultanze istruttorie, gli elementi atti a configurare, nel loro concorso, il carattere subordinato della prestazione lavorativa resa dalla lavoratrice alle dipendenze dell’associazione, anche nel periodo anteriore al contratto di lavoro subordinato stipulato.
La sentenza impugnata riferisce che, sin dalla costituzione dell’associazione, la lavoratrive aveva lavorato continuativamente come barista e segretaria del circolo, osservando un orario fisso per cinque giorni alla settimana e percependo una retribuzione periodica per importi costanti, tutti indici sintomatici dell’inserimento stabile nell’organizzazione del circolo sportivo. Tale valutazione non incorre in alcun vizio di sussunzione nella figura di prestatore di lavoro subordinato attispecie (art. 2094 c.c.), atteso che, ai fini della distinzione tra lavoro autonomo e subordinato, quando l’elemento dell’assoggettamento del lavoratore alle direttive altrui non sia agevolmente apprezzabile a causa della peculiarità delle mansioni e del relativo atteggiarsi del rapporto, occorre fare riferimento a criteri complementari e sussidiari, come quelli della collaborazione, della continuità delle prestazioni, dell’osservanza di un orario determinato, del versamento a cadenze fisse di una retribuzione prestabilita, del coordinamento dell’attività lavorai all’assetto organizzativo dato dal datore di lavoro, dell’assenza in capo al lavoratore di una pur minima struttura imprenditoriale, elementi che, privi ciascuno di valore decisivo, possono essere valutati globalmente con indizi probatori della subordinazione (Corte di Cassazione, sentenza n. 9252/2010).
Inoltre, l’attività oggettivamente configurabile come di lavoro subordinato si presume onerosa e la prova idonea a superare tale presunzione, che grava su colui che contesta l’onerosità, è tanto più rigorosa quante più volte siano provate erogazioni periodiche di denaro o di altre utilità in favore del prestatore, per le quali quest’ultimo non è tenuto a dimostrare l’insussistenza di un titolo di altra natura, spettando all’altra parte la prova di una “causa solvendi” diversa da quella retributiva (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 7703/2018).